“I mostri sotto al letto” Le più tipiche paure infantili

La Dottoressa Stefania Andreoli, Psicoterapeuta specializzata in età evolutiva, illustra le 5 più tipiche paure dell’infanzia attraverso spezzoni di cartoni nel catalogo Netflix Junior.

Spunti molto interessanti per genitori, educatori, nonni, zii e chiunque si relazioni o si avvicini al mondo dei bambini.

Ogni episodio, della durata di circa dieci minuti, offre spunti di riflessione su come considerare le paure dei bambini e propone strategie di possibile fronteggiamento e gestione delle stesse da parte degli adulti.

Le 5 paure più tipiche che vengono osservate in questi video sono: la paura del giudizio (inteso come giudizio da parte degli adulti significativi), la paura dei fantasmi, la paura dei mostri, la paura del dottore e quella del buio.

Di seguito vi lascio il link del video sulla paura del buio,

Buona Visione!

Psicoterapia in Musica – Costruire di Niccolò Fabi

Chiudi gli occhi e immagina una gioia” è l’invito con cui Niccolò Fabi inizia il brano “Costruire”, che ci predispone sin da subito a porre attenzione al nostro mondo interno, all’ascolto più intimo e personale di noi stessi e alla riscoperta delle nostre emozioni. L’autore ci propone una sorta di visualizzazione guidata, recuperando la dimensione immaginativa in cui parla a tutti.

Inizia così un viaggio, quello in cui il cantante ci accompagna con dolcezza e sicurezza, verso le emozioni “da prima volta”, di eccitazione e sorpresa, dove la partenza non è intesa come separazione o distacco, ma piuttosto come inizio, come scoperta.

Nelle suggestive ed evocative immagini che il cantante ci propone emerge il desiderio che spesso accompagna l’individuo di vivere emozioni intense e positivamente connotate “si vivesse solo di inizi e di eccitazioni da prima volta”, ma ben presto ci riporta all’attenzione che la vita è quello che c’è nel mezzo, tra la partenza e il traguardo.

“Ma tra la partenza e il traguardo, nel mezzo c’è tutto il resto e tutto il resto è giorno dopo giorno e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire

E in questo viaggio tra l’inizio e la fine l’accento è posto sul costruire, sul giorno dopo giorno, sull’importanza del qui ed ora, del vivere il momento presente, un passo dopo l’altro.

“e costruire è potere e sapere rinunciare alla perfezione”

Questo lento costruire che accompagna quell’incredibile viaggio che è la vita è un inno all’accettazione, di sé, dell’altro, del cambiamento e all’abbandonare l’idea di raggiungere una perfezione irraggiungibile e irrealistica.

Rinunciare dunque a quelle chimere che spesso la società nella quale viviamo continuamente ci espone, alla ricerca della felicità a tutti i costi, alla sua pubblica ostentazione, all’aspirare sempre al massimo, all’idea di essere performanti, capaci, brillanti per accogliere e accettare, con i giusti e personali tempi, tutte le proprie fragilità, vulnerabilità, le perdite in quella ballata armonica tra vissuti piacevoli e angoscianti che è la vita.

Rinunciare alla perfezione è un sapere, si apprende, si costruisce, si scopre in un percorso di accettazione dell’esperienza e di sé stessi in tutte le sfumature che inevitabilmente portano con sé, dalle più piacevoli e benefiche a quelle più disturbanti e intollerabili.

Terapeuta e Paziente: la metafora dei due scalatori

Può capitare che chi si avvicina ad una psicoterapia sia portato a pensare che lo psicoterapeuta sia una persona che sappia sempre come comportarsi in ogni situazione, sappia quale è il modo giusto di affrontare determinate esperienze, abbia la risposta o il consiglio giusto e che addirittura nella sua vita non incontri o sappia come fronteggiare al meglio ogni difficoltà o sofferenza. Non è per niente così!

Una metafora di Russ Harris (MD, Psicologo e Trainer ACT – Acceptance Commitment Therapy) paragona paziente e terapeuta a due scalatori. Entrambi stanno scalando la loro montagna. Lo psicologo può però osservare la montagna che il paziente è intento a scalare, osservandola da un’altra prospettiva, ha un altro punto di vista delle problematiche che la persona sta affrontando.

All’interno della psicoterapia il terapeuta può quindi aiutare la persona a osservare la propria montagna integrando questi punti di vista alternativi. Poi è la persona a scegliere come proseguire, come agire. Il terapeuta non sa quale sia la strada giusta o sbagliata, è la persona che sceglie per sé quella che ritiene essere la strada più giusta.

“Lo psicologo non dà soluzioni, piuttosto mette l’altra persona nelle condizioni di poterle pensare.” (Montesarchio, 2012)

Di seguito le parole di Harris

Molte persone arrivano dallo psicologo credendo che sia una sorta di essere illuminato, che ha risolto tutti i suoi problemi, e ha messo tutto a posto, ma in realtà non è così.

È più come se tu stessi scalando la tua montagna là in fondo e io stessi scalando la mia montagna quaggiù. E da dove sono io, sulla mia montagna, posso vedere cose sulla tua montagna che tu non puoi vedere, come una valanga che sta per cadere, o un sentiero alternativo che puoi imboccare o che non stai utilizzando la tua piccozza in modo efficace.

Ma ti prego di non credere che io abbia raggiunto la cima della mia montagna e mi sia seduto e rilassato, a prendermela con calma. Il fatto è che io sto ancora scalando, sto ancora facendo errori e sto ancora imparando da questi. E alla fine, siamo tutti uguali. Stiamo tutti scalando la nostra montagna fino al giorno in cui moriremo.

Ma il bello è che tu puoi migliorare sempre più nello scalare e imparare sempre più ad apprezzare il viaggio. E questo è il lavoro che faremo qui, si lavora insieme, siamo una squadra.”
(Harris, 2011)

L’attaccamento e lo sviluppo del sé

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L’essere umano è relazionale per destino, possiede infatti sin dalla nascita una impalcatura biologica, che è il sistema motivazionale dell’attaccamento, che promuove la protezione e la sopravvivenza. Il sistema motivazionale dell’attaccamento svolge una funzione biologica primaria che è quella di mantenere la prossimità tra il bambino e la sua figura di attaccamento principale al fine di garantire la sicurezza fisica del piccolo e il soddisfacimento dei suoi bisogni fondamentali. 

In situazioni di disagio o di vulnerabilità possono dunque essere attivati una serie di comportamenti specifici (sistema comportamentale dell’attaccamento) volti a stimolare il sistema di accudimento dell’ adulto significativo (come il pianto, il sorriso, le urla…) o a mobilitare il bambino verso questa figura. 

A seconda delle contingenze ambientali, in particolare in riferimento agli atteggiamenti e al grado di sensibilità e di responsività del care giver, il sistema comportamentale dell’attaccamento si plasmerà con delle modalità specifiche e originali, in un processo di continua regolazione e scambio con l’ambiente, che dunque si traducono in particolari comportamenti del bambino. 

Ogni bambino nasce con una predisposizione a orientarsi verso la mamma, ma le modalità con cui lo farà saranno in funzione di come ogni segnale emesso dal bambino viene trattato dall’ambiente e come ad esso viene risposto in termini di capacità della mamma di riconoscere, individuare, dare un senso a questi segnali rispondendovi in modo adeguato, coerente e costante. 

Sappiamo che sin dalla nascita tutti i sistemi percettivi dell’individuo funzionano e quello che risulta più interessante è che il neonato, fin ai primi attimi di vita, è orientato percettivamente verso gli altri, che rappresentano ciò che percettivamente al neonato risulta più interessante nell’ambiente. 

In altre parole, veniamo al mondo per essere sociali, già dotati di una impalcatura percettiva e motoria che ci orienta verso l’altro e costantemente troviamo necessario mantenere lo stato di relazione significativa con l’altro.

Questa relazione  con l’altro significativo è un elemento irrinunciabile per la strutturazione di un senso di sè coeso e stabile nel tempo. 

Il sè consente un modello di esperienza soggettiva organizzatrice che dà alle nostre percezioni un senso di coerenza e di unità; ci consente dunque di vivere nel mondo dando un ordine, un senso, una forma a ciò che ci accade e a ciò che sentiamo ed esperiamo. 

Risulta evidente una continua interdipendenza tra l’attaccamento e i processi di costruzione e di mantenimento del sè. Abbiamo bisogno di relazione, perchè solo dentro uno stato di relazione più o meno stabile e saldo, riusciamo a sviluppare un sentimento di noi stessi altrettanto stabile e coeso. Gli esseri umani riescono ad acquisire una coscienza di sè solo attraverso l’interazione con gli altri significativi del proprio ambiente: il comportamento delle figure genitoriali nei confronti de bambino è la matrice all’interno della quale egli comincia a percepire e estrarre alcune invariati relative al proprio senso di sè. Proprio come noi riconosciamo noi stessi in uno specchio, cosi il bambino diventa consapevole di sé stesso vedendo il suo riflesso nello specchio costituito dalla coscienza che gli altri hanno di lui. 

Pensiamo al sè come all’emergere di un senso di unicità, di individualità personale, di unitarietà e di continuità nel tempo. Un senso di sè dotato di caratteristiche che consentono di sentirsi e riconoscersi come portatori di attributi personali specifici e individuali, che rendono l’uno diverso dall’altro, attributi che sono tra loro coerenti e permanenti nel tempo anche di fronte alla mutevolezza delle situazioni. Un sè con queste caratteristiche può svilupparsi solo in una relazione dotata di analoghe dimensioni di unicità ed esclusività (con l’altro significativo che si orienta all’individuo, gli sorride, lo guarda, lo tocca e tratta i segnali di bisogno in modo assolutamente unico), unitarietà (dove cioè l’altro entra in relazione con tutta la persona,nella sua interezza, non solo con delle singole parti) e costante nel tempo (aspetto che consente di estrapolare delle invarianti di senso, non informazioni imprevedibili e caotiche). 

Il sistema dell’attaccamento è massimamente attivo nella prima infanzia, quando sono elevate la percezione di vulnerabilità e la richiesta di vicinanza è continua, e rappresenta dunque il sistema di regolazione della vita di relazione più precoce. 

Dunque la matrice dell’attaccamento è fondamentale nella costruzione delle prime rappresentazioni del bambino riguardanti il sè e l’altro e diventa dunque la dimensione entro cui regolare l’insieme dello sviluppo psicologico e relazionale del bambino: l’aver fatto esperienza di relazioni primarie armoniche e connotabili in termini di relativa sicurezza diventa il pre requisito fondamentale per il dispiegarsi armonico di una serie di altre competenze psicologiche-emotive-adattive… 

La qualità dei legami primari di attaccamento inoltre determina in modo massiccio le linee di maturazione del cervello del bambino. La mente infatti si forma nell’interazione tra processi neuro-biologici e relazioni interpersonali. 

Sono i rapporti con gli altri che favoriscono oppure inibiscono lo sviluppo di determinati circuiti neurali. Gli effetti protettivi della modulazione interpersonale in particolare si vedono nei processi di maturazione di aree cerebrali coinvolte nella regolazione affettiva.  La presenza di figure di accudimento sufficientemente buone dunque contribuisce anche a sviluppare circuiti neurali ritenuti necessari per una adeguata regolazione affettiva. 

La figure di attaccamento dunque attivano la crescita del cervello attraverso le interazioni e  la disponibilità emotiva.

Le paure nei bambini

La paura, come le altre emozioni di base, svolge una funzione adattiva per l’individuo: ci aiuta a prepararci ad affrontare dei pericoli e a valutare i rischi nell’ambiente.

Nei primi anni di vita il bambino sperimenta le prime forme di paura. Le “paure fisiologiche infantili” infatti si susseguono nel corso dello sviluppo del bambino.

Ecco alcuni esempi:

-gli stimoli sensoriali nella prima infanzia, come i rumori forti il cadere…

-la paura degli estranei intorno ai 6 mesi, collegata ad una nuova abilità del bambino, quella di riconoscere gli estranei dalle figure familiari;

-gli incubi notturni tra i 18/20 mesi,

-la paura dei grossi animali dopo in 2 anni,

-fino al timore di sbagliare e essere rifiutati, che caratterizza i bambini più grandi.

Tali paure possono apparire anche in assenza reali esperienze di pericolo e sono considerate del tutto fisiologiche.

Quando è utile rivolgersi a uno psicoterapeuta ?

  • Quando i genitori di fronte a tali paure si sentono in difficoltà e non sanno come tranquillizzare il proprio figlio

in questo caso puó essere utile confrontarsi con esperto per elaborare i propri vissuti, per poi mettere in atto strategie efficaci con il proprio figlio

  • Quando la paura persiste oltre la sua età fisiologica, assumendo delle caratteristiche a livello di intensità e di frequenza, che interferiscono in modo significativo con la vita sociale e scolastica del bambino.

Anche in questo caso l’aiuto di un esperto puó aiutare i genitori a comprendere meglio la difficoltà del bambino e come superarla, osservandola, riconoscendola e cercando di scoprirne insieme il senso e il significato che porta con se.

Perché la Psicoterapia?

Perché iniziare un percorso di supporto psicologico o una psicoterapia?

Spesso la psicoterapia e i servizi psicologici in generale vengono ritenuti percorsi utili a risolvere problematiche di tipo psichico, se non veri e propri disturbi.

Attenzione però che rischiamo così di avere una concezione parziale e limitata della psicoterapia.

Utilizzando le parole di Giancarlo Dimaggio noto psichiatra e psicoterapeuta “La psicoterapia non è solo cura del sintomo, ma costruzione del nuovo: invenzione di nuovi modi di essere o riscoperta di aspetti luminosi di sé che erano lì, ma che erano stati oscurati”.

Quando si tratta di prendersi cura della propria salute è infatti importante ricordare che possiamo approcciare questa scelta generalmente in due modi: con l’intenzione di “curare un male”, oppure puntando a migliorare il nostro stato di salute e benessere.


Alcuni spunti interessanti nell’articolo di seguito.

Buona Lettura!!


https://www.vice.com/it/article/7x5gpd/ragioni-per-andare-in-psicoterapia?utm_source=vicefbit&fbclid=IwAR38PI4o4xHY_6fZ-cQCRE9UAdHeiIgGloFnw5HJhudTfxuiu5cS9oxK7F4

Parlare di Psicoterapia ai bambini

La psicoterapia quando rivolta ai più piccoli richiede un tempo e uno spazio di condivisione di senso, di comprensione e accettazione sia del bambino che dei genitori che lo accompagnano. La richiesta può avere origini diverse, provenire dai genitori, essere consigliata dagli insegnanti o spontaneamente posta dal bambino stesso.

E’ essenziale che tra le parti e il terapeuta si crei una alleanza fatta di fiducia, di accoglienza e vicinanza, nell’ottica di veicolare al bambino un messaggio di condivisione, di apertura e di comprensione. Chiarire con il bambino quale è il ruolo dello psicologo, esplorare insieme a lui perché si è lì, condividere insieme il punto di vista dei genitori è in tal senso fondamentale.

Ma quali parole dovremmo scegliere per dire ad un bambino che normalmente, nel corso della vita, può capitare di non stare bene e di sentire un qualche tipo di difficoltà, ma che esiste anche la possibilità di ricevere dei supporti, delle cure per ritornare a stare meglio?

Il libro “Il Bosco di Sottosasso” di Emanuela Iacchia ed Augusto Altavilla, entrambi psicoterapeuti con esperienza, ci insegna che la favola può rappresentare uno strumento utile che, accompagnata ad un metodo, può rappresentare una appropriata risorsa sia per i genitori, che accompagnano il figlio in terapia, che per il bambino stesso.

L’obiettivo è che ai bambini giunga un messaggio che sia di fiducia, di calma, di condivisione e di speranza. Nonostante non vi sia un modo “giusto” e uno “sbagliato” di parlare ai bambini di psicoterapia, o di un percorso psicologico in generale, è importante tenere in considerazione alcuni elementi che riguardano le specifiche modalità di funzionamento del bambino, in relazione alla sua età di sviluppo, e al suo modo di interagire con il mondo che lo circonda.

A differenza degli adulti i bambini, proprio per la particolare fase di sviluppo in cui si trovano, non dispongono di capacità di astrazione tali da utilizzare metafore o concetti complessi per spiegare ciò che accade a loro o al mondo interno a loro. Questo determina una lettura del mondo circostante tramite il ripetersi di esperienze e sensazioni, piuttosto che tramite la loro spiegazione. Il dominio di riferimento è dunque più esperienziale ed emotivo, a livello di sensazioni, emozioni ed azioni, che cognitivo, cioè linguistico, astratto e generalizzato. E’ in tal senso che la favola diviene uno strumento potente quando è necessario “spiegare” qualcosa ai più piccoli, perché consente loro di identificarsi nel personaggio che è più in sintonia con il suo vissuto interiore, senza necessità di ricorrere ad astrazioni, metafore o spiegazioni razionali. La favola è quindi un linguaggio che seppur verbale veicola un tipo di conoscenza più emotiva che cognitiva.

Il sintonizzarsi emotivamente con i personaggi della fiaba consente al bambino di dare una forma, una concretezza a quanto prova in termini di emozioni e sensazioni, anche a quelle più dirompenti e faticose, percependone la legittimità il fatto che sono condivise da altri e accomunano tutti.

La fiaba il Bosco di Sottosasso può aiutare in questo, ovvero a spiegare in un linguaggio a misura di bambino il concetto di psicoterapia, creando una occasione in cui immaginarla, sintonizzandosi emotivamente con i personaggi e immergendosi con loro in un contesto di cura.

Inizia dunque da qui un percorso in cui il bambino trova uno spazio per esprimere se stesso, prendere coscienza dei propri desideri, delle sue emozioni, di paure e ribellioni. Nella psicoterapia si esplorano con il bambino le sfaccettature della sua personalità, del suo sentire emotivo e del suo agire, consentendo di conoscere queste parti di sè, comprenderne il funzionamento e sfruttale al meglio.

Elogio della tristezza

Elogio della tristezza… ovvero l’importanza di essere tristi.

tristezza

Su dai, non essere triste andrà tutto bene!“, “Dai non piangere, vedrai che fra poco stai meglio“, “Dai sorridi, stai su, ci penso io a strapparti una risata!” .

Quante volte nella vita quotidiana ci è capitato di sentirci dire, anche dalle persone più care e vicine queste frasi con l’obiettivo di esserci d’aiuto a superare un momento di sconforto o di tristezza. Quante volte può esserci capitato di dirlo agli altri nel tentativo di bypassare uno stato emotivo che definiamo spiacevole. Tendiamo spesso ad evitare emozioni che riteniamo negative, a mettere in atto atteggiamenti che non ci consentono di entrarci in contatto, svalutandole e ritenendole dannose, spesso ostentando un benessere soltanto artefatto.

La cultura della felicità e del pensieri positivo ha spesso, anche nel senso e nel linguaggio comune, “appiattito” la complessità e le profondità della nostra vita psichica, portando l’allontanamento di una serie di vissuti emotivi che hanno a che fare con la sofferenza.

E’ bene ricordarci che tutte le emozioni sono legittime e funzionali, non esistono stati emotivi di serie A e di serie B,  positivi o negativi. Tutte le emozioni sono state fondamentali per l’evoluzione della nostra specie e svolgono funzioni indispensabili per la sopravvivenza e per la qualità della vita. Le emozioni sono segnali di ciò che accade intorno a noi, dentro di noi, sono strumenti utili per valutare le situazioni, prendere decisioni e organizzare il nostro comportamento. Tutte le emozioni dunque ci dicono qualcosa di importante, su di noi e su chi ci sta accanto, dobbiamo quindi accoglierle e osservarle per cercare di comprenderne il significato.

Essere tristi, mostrarsi tristi, comunicare agli altri la propria tristezza, anziché reprimerla, non riconoscerla o nasconderla, consente alla persona di segnalare che c’è qualcosa che non va all’altro, richiamandone l’aiuto ed il supporto. Un po’ come la funzione del pianto nel bambino, che rappresenta un segnale di richiesta di aiuto, bisogno di accudimento o vicinanza.

Connettersi con i propri stati di tristezza o di sconforto può inoltre spingere l’individuo a riattivare alcune risorse  personali per uscire dallo stato spiacevole. Il provare tristezza ci segnala che abbiamo perso qualcosa di importante, mancato un obiettivo, commesso un errore… e ci spinge a migliorare e a recuperare, se possibile, reinvestendo le nostre energie in modo differente.  Quando si è tristi c’è bisogno di “stare dentro” quella disperazione per poterla vivere, capire e per poter pianificare nuove azioni. Piangere, accettare la tristezza, farla uscire da sé aiuta a ridurre lo stato di tensione e a ritrovare un nuovo equilibrio funzionale a ripartire. Riconoscere,  verbalizzare e condividere uno stato emotivo è il primo passo per risolverlo e regolarlo.

Non è sempre facile, ma è bene allenarsi per imparare a “stare” sulle emozioni, anche su quelle che definiamo spiacevoli, come la tristezza, lo sconforto, la disperazione, la noia.

Se qualcuno accanto a noi è triste non cerchiamo quindi di reprimere la sua tristezza dicendogli di non piangere o di pensare ad altro. Un modo utile per aiutarlo è quello di ascoltarlo, accogliere la sua tristezza, starci dentro insieme a lui, dimostrando all’altro di aver accettato il suo dolore, la sua sofferenza e normalizzandola: piangere è normale, essere tristi è normale, specie se è accaduto qualcosa di brutto! Mostrare empatia, comprensione verso lo stato emotivo dell’altro e vicinanza.

Non può esistere gioia senza tristezza: se riusciamo a riconoscerla ed accettarla questa emozione si può trasformare in una spinta all’adattamento, in un motore di cambiamento ed è altrettanto essenziale, se riconosciuta e regolata, al nostro benessere mentale.