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L’essere umano è relazionale per destino, possiede infatti sin dalla nascita una impalcatura biologica, che è il sistema motivazionale dell’attaccamento, che promuove la protezione e la sopravvivenza. Il sistema motivazionale dell’attaccamento svolge una funzione biologica primaria che è quella di mantenere la prossimità tra il bambino e la sua figura di attaccamento principale al fine di garantire la sicurezza fisica del piccolo e il soddisfacimento dei suoi bisogni fondamentali.
In situazioni di disagio o di vulnerabilità possono dunque essere attivati una serie di comportamenti specifici (sistema comportamentale dell’attaccamento) volti a stimolare il sistema di accudimento dell’ adulto significativo (come il pianto, il sorriso, le urla…) o a mobilitare il bambino verso questa figura.
A seconda delle contingenze ambientali, in particolare in riferimento agli atteggiamenti e al grado di sensibilità e di responsività del care giver, il sistema comportamentale dell’attaccamento si plasmerà con delle modalità specifiche e originali, in un processo di continua regolazione e scambio con l’ambiente, che dunque si traducono in particolari comportamenti del bambino.
Ogni bambino nasce con una predisposizione a orientarsi verso la mamma, ma le modalità con cui lo farà saranno in funzione di come ogni segnale emesso dal bambino viene trattato dall’ambiente e come ad esso viene risposto in termini di capacità della mamma di riconoscere, individuare, dare un senso a questi segnali rispondendovi in modo adeguato, coerente e costante.
Sappiamo che sin dalla nascita tutti i sistemi percettivi dell’individuo funzionano e quello che risulta più interessante è che il neonato, fin ai primi attimi di vita, è orientato percettivamente verso gli altri, che rappresentano ciò che percettivamente al neonato risulta più interessante nell’ambiente.
In altre parole, veniamo al mondo per essere sociali, già dotati di una impalcatura percettiva e motoria che ci orienta verso l’altro e costantemente troviamo necessario mantenere lo stato di relazione significativa con l’altro.
Questa relazione con l’altro significativo è un elemento irrinunciabile per la strutturazione di un senso di sè coeso e stabile nel tempo.
Il sè consente un modello di esperienza soggettiva organizzatrice che dà alle nostre percezioni un senso di coerenza e di unità; ci consente dunque di vivere nel mondo dando un ordine, un senso, una forma a ciò che ci accade e a ciò che sentiamo ed esperiamo.
Risulta evidente una continua interdipendenza tra l’attaccamento e i processi di costruzione e di mantenimento del sè. Abbiamo bisogno di relazione, perchè solo dentro uno stato di relazione più o meno stabile e saldo, riusciamo a sviluppare un sentimento di noi stessi altrettanto stabile e coeso. Gli esseri umani riescono ad acquisire una coscienza di sè solo attraverso l’interazione con gli altri significativi del proprio ambiente: il comportamento delle figure genitoriali nei confronti de bambino è la matrice all’interno della quale egli comincia a percepire e estrarre alcune invariati relative al proprio senso di sè. Proprio come noi riconosciamo noi stessi in uno specchio, cosi il bambino diventa consapevole di sé stesso vedendo il suo riflesso nello specchio costituito dalla coscienza che gli altri hanno di lui.
Pensiamo al sè come all’emergere di un senso di unicità, di individualità personale, di unitarietà e di continuità nel tempo. Un senso di sè dotato di caratteristiche che consentono di sentirsi e riconoscersi come portatori di attributi personali specifici e individuali, che rendono l’uno diverso dall’altro, attributi che sono tra loro coerenti e permanenti nel tempo anche di fronte alla mutevolezza delle situazioni. Un sè con queste caratteristiche può svilupparsi solo in una relazione dotata di analoghe dimensioni di unicità ed esclusività (con l’altro significativo che si orienta all’individuo, gli sorride, lo guarda, lo tocca e tratta i segnali di bisogno in modo assolutamente unico), unitarietà (dove cioè l’altro entra in relazione con tutta la persona,nella sua interezza, non solo con delle singole parti) e costante nel tempo (aspetto che consente di estrapolare delle invarianti di senso, non informazioni imprevedibili e caotiche).
Il sistema dell’attaccamento è massimamente attivo nella prima infanzia, quando sono elevate la percezione di vulnerabilità e la richiesta di vicinanza è continua, e rappresenta dunque il sistema di regolazione della vita di relazione più precoce.
Dunque la matrice dell’attaccamento è fondamentale nella costruzione delle prime rappresentazioni del bambino riguardanti il sè e l’altro e diventa dunque la dimensione entro cui regolare l’insieme dello sviluppo psicologico e relazionale del bambino: l’aver fatto esperienza di relazioni primarie armoniche e connotabili in termini di relativa sicurezza diventa il pre requisito fondamentale per il dispiegarsi armonico di una serie di altre competenze psicologiche-emotive-adattive…
La qualità dei legami primari di attaccamento inoltre determina in modo massiccio le linee di maturazione del cervello del bambino. La mente infatti si forma nell’interazione tra processi neuro-biologici e relazioni interpersonali.
Sono i rapporti con gli altri che favoriscono oppure inibiscono lo sviluppo di determinati circuiti neurali. Gli effetti protettivi della modulazione interpersonale in particolare si vedono nei processi di maturazione di aree cerebrali coinvolte nella regolazione affettiva. La presenza di figure di accudimento sufficientemente buone dunque contribuisce anche a sviluppare circuiti neurali ritenuti necessari per una adeguata regolazione affettiva.
La figure di attaccamento dunque attivano la crescita del cervello attraverso le interazioni e la disponibilità emotiva.