Elogio della tristezza

Elogio della tristezza… ovvero l’importanza di essere tristi.

tristezza

Su dai, non essere triste andrà tutto bene!“, “Dai non piangere, vedrai che fra poco stai meglio“, “Dai sorridi, stai su, ci penso io a strapparti una risata!” .

Quante volte nella vita quotidiana ci è capitato di sentirci dire, anche dalle persone più care e vicine queste frasi con l’obiettivo di esserci d’aiuto a superare un momento di sconforto o di tristezza. Quante volte può esserci capitato di dirlo agli altri nel tentativo di bypassare uno stato emotivo che definiamo spiacevole. Tendiamo spesso ad evitare emozioni che riteniamo negative, a mettere in atto atteggiamenti che non ci consentono di entrarci in contatto, svalutandole e ritenendole dannose, spesso ostentando un benessere soltanto artefatto.

La cultura della felicità e del pensieri positivo ha spesso, anche nel senso e nel linguaggio comune, “appiattito” la complessità e le profondità della nostra vita psichica, portando l’allontanamento di una serie di vissuti emotivi che hanno a che fare con la sofferenza.

E’ bene ricordarci che tutte le emozioni sono legittime e funzionali, non esistono stati emotivi di serie A e di serie B,  positivi o negativi. Tutte le emozioni sono state fondamentali per l’evoluzione della nostra specie e svolgono funzioni indispensabili per la sopravvivenza e per la qualità della vita. Le emozioni sono segnali di ciò che accade intorno a noi, dentro di noi, sono strumenti utili per valutare le situazioni, prendere decisioni e organizzare il nostro comportamento. Tutte le emozioni dunque ci dicono qualcosa di importante, su di noi e su chi ci sta accanto, dobbiamo quindi accoglierle e osservarle per cercare di comprenderne il significato.

Essere tristi, mostrarsi tristi, comunicare agli altri la propria tristezza, anziché reprimerla, non riconoscerla o nasconderla, consente alla persona di segnalare che c’è qualcosa che non va all’altro, richiamandone l’aiuto ed il supporto. Un po’ come la funzione del pianto nel bambino, che rappresenta un segnale di richiesta di aiuto, bisogno di accudimento o vicinanza.

Connettersi con i propri stati di tristezza o di sconforto può inoltre spingere l’individuo a riattivare alcune risorse  personali per uscire dallo stato spiacevole. Il provare tristezza ci segnala che abbiamo perso qualcosa di importante, mancato un obiettivo, commesso un errore… e ci spinge a migliorare e a recuperare, se possibile, reinvestendo le nostre energie in modo differente.  Quando si è tristi c’è bisogno di “stare dentro” quella disperazione per poterla vivere, capire e per poter pianificare nuove azioni. Piangere, accettare la tristezza, farla uscire da sé aiuta a ridurre lo stato di tensione e a ritrovare un nuovo equilibrio funzionale a ripartire. Riconoscere,  verbalizzare e condividere uno stato emotivo è il primo passo per risolverlo e regolarlo.

Non è sempre facile, ma è bene allenarsi per imparare a “stare” sulle emozioni, anche su quelle che definiamo spiacevoli, come la tristezza, lo sconforto, la disperazione, la noia.

Se qualcuno accanto a noi è triste non cerchiamo quindi di reprimere la sua tristezza dicendogli di non piangere o di pensare ad altro. Un modo utile per aiutarlo è quello di ascoltarlo, accogliere la sua tristezza, starci dentro insieme a lui, dimostrando all’altro di aver accettato il suo dolore, la sua sofferenza e normalizzandola: piangere è normale, essere tristi è normale, specie se è accaduto qualcosa di brutto! Mostrare empatia, comprensione verso lo stato emotivo dell’altro e vicinanza.

Non può esistere gioia senza tristezza: se riusciamo a riconoscerla ed accettarla questa emozione si può trasformare in una spinta all’adattamento, in un motore di cambiamento ed è altrettanto essenziale, se riconosciuta e regolata, al nostro benessere mentale.

 

 

 

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